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Formazione in streaming: dopo il boom del lockdown cosa accadrà?

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Formazione in streaming: dopo il boom del lockdown cosa accadrà?

Filippo Tramelli di Primopiano, che si definisce un “entusiasta digitale”, ci racconta, tra pro e contro, come l’iperconnessione ha cambiato lavoro e formazione

Siamo (quasi) tornati alla normalità, ma qualcosa (forse) è cambiato per sempre. Il modo di lavorare, ma anche di formarsi ha preso una nuova dimensione, quella virtuale. Ne parliamo con Filippo Tramelli, responsabile formazione di Primopiano, cooperativa giornalistica ed ente di formazione digitale.

La tecnologia, sempre in cambiamento, ha preso un’accelerazione durante la quarantena. Cosa ti ha colpito di più?

«Il coronavirus è stato indubbiamente un acceleratore di contesti. Tante cose che stavano già cambiando hanno improvvisamente preso un’accelerazione. Rivoluzioni, cambi di abitudini e di consumi che sarebbero accaduti nel corso di decenni, si sono concretizzati in poche settimane. Primopiano aveva già lanciato la formazione in streaming un paio d’anni fa, però era sempre una seconda scelta tra i nostri corsisti. Tutti preferivano i corsi in aula perché si vive una partecipazione più vivace e c’è grande resistenza al cambiamento. Con il lockdown le cose invece sono cambiate. Il 50 per cento del nostro pubblico non aveva mai frequentato corsi in streaming. È stato quindi sorprendente quanto poi le persone siano in grado di adattarsi a un cambiamento in modo molto veloce». 

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Riunioni, corsi, aperitivi con gli amici: negli ultimi mesi tutto questo si è svolto lo stesso grazie alle piattaforme di video conference.

 

La Rete è stata un bel “salvagente” durante la pandemia?

 «Certo, i corsi online e la cucina hanno intrattenuto milioni di italiani. Dato che non c’era più la scusa del “non ho tempo”… Ciascuno ha investito nella propria formazione e nelle proprie passioni. Qualcuno con risultati interessanti». 

Ora che siamo nella fase successiva, del ritorno alla normalità, che cosa rimane secondo te?

«È rimasto che abbiamo cambiato abitudini e per certi versi sarà difficile tornare indietro. Ci siamo resi conto che alcune attività non necessitano del contatto umano. Ora, in questa fase, molte persone (non tutte) sono libere di scegliere se lavorare da casa o recarsi in azienda. Questo rende il lavoro più fluido, grazie ovviamente al supporto della tecnologia. Il sistema futuro secondo me continuerà a essere “misto”».

Durante il lockdown abbiamo visto la nascita di start up come Zoom e altre piattaforme di video conference, dureranno?

«Queste piattaforme hanno davvero salvato il lavoro e la comunicazione. Prima non si usavano molto, ora sono diventate necessarie. Il “botto” lo hanno fatto anche le app per lo smaltimento e la gestione delle code. Penso a UFirst…».

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Iperconnessione: siamo come alberi dai cui rami “pendono” strumenti di comunicazione?

Insomma, queste app ci hanno cambiato un po’ la vita?

«Alcune sì. Ce l’hanno un pochino facilitata: dalle code, alle ricette mediche ai meeting online. Alla burocrazia! Tutto si sta digitalizzando in modo molto veloce. Per non parlare della formazione e della scuola. Gli studenti, di tutte le età, hanno potuto continuare gli studi, accorciando le distanze e i tempi. Per certi versi alcune app hanno indubbiamente agevolato e accelerato tutto. In più: meno traffico, meno costi! Ricordiamo anche però che non tutti in Italia hanno accesso alla Rete, qualcuno è stato penalizzato. E questo per fortuna è emerso. Durante il lockdown le scuole hanno capito chi erano gli studenti che non potevano permettersi la tecnologia, la rete, i tablet ecc. Quindi c’è stata una “rete”  che si è adoperata per aiutare chi era senza rete e senza computer».

Aspetti negativi del vivere connessi?

«Rischiamo tutti l’isolamento. Io sono un “entusiasta digitale”, ma credo che il contatto umano abbia la sua importanza, sia per la salute di una persona, sia per la qualità del lavoro in se stesso. Lavorare da casa nasconde un pericolo: l’iperconnessione! Tutto viene fatto davanti a uno schermo e con la Rete. Dalla spesa, allo shopping al lavoro fino allo svago. Senza muoversi fisicamente e senza interagire con altre persone. Bisogna fare attenzione a non esagerare. Ci sono già delle app, per esempio, che controllano se si trascorre troppo tempo connessi ai social».

Tornando alla formazione, quali sono i vostri corsi secondo te più utili?

«Difficile fare una classifica sull’utilità, dipende dagli scopi che una persona ha. Io credo che tutti i corsi dedicati alla scoperta dei nuovi media e dei nuovi strumenti social, da Tik Tok a Telegram, fino a WordPress per la creazione di siti, al Podcast – fenomeno in grande crescita – all’intelligenza artificiale per la produzione dei contenuti sono molto utili per chi si occupa di comunicazione ma anche per chi ha un’azienda e vuole conoscere tutte le potenzialità dei mezzi che oggi abbiamo a disposizione».

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